07152019Headline:

I 60 anni dei Trattati di Roma

1957-2017: i 60 anni dei Trattati di Roma60esimo- anniversario dei trattati di Roma 1957_2017

di Giuseppe Antonelli

Nel luglio 1978, a pochi mesi dalle prime elezioni dirette del Parlamento Europeo, una mia riflessione fu premiata per l’originalità dell’auspicio. Argomento tornato di strettissima attualità seppur minato da scetticità e rigide opposizioni a quella stagione di grandi speranze. Per chi ha pazienza di leggermi, qui di seguito ripropongo quelle “audaci” speranze che spero non svaniscano. Buona lettura.

Verso l’unificazione politica dell’Europa

 

Il 25 marzo 1957, in una sala del Campidoglio a Roma, venivano firmati dai Ministri dei sei paesi fondatori (Francia, Italia, Germania Federale, Belgio, Olanda, Lussemburgo) i trattati di Roma. Il primo istituiva il Mercato Comune o CEE, il secondo l’EURATOM. I firmatari si impegnavano, nel preambolo del primo trattato, “a gettare le fondamenta per una Unione sempre più stretta tra i popoli europei” costituendo un mercato comune, avvicinando progressivamente le politiche economiche degli stati membri, promuovendo uno sviluppo armonico ed equilibrato delle attività economiche nell’insieme della Comunità e un innalzamento crescente del livello di vita e di relazioni più strette tra gli Stati che la Comunità unisce.

La storia della grande costruzione dell’Europa passa per varie tappe:

  • tra il 1958 e il 1962 cominciano a scendere le barriere doganali con tale celerità che la Gran Bretagna, incoraggiata in tal senso dal Presidente Kennedy, il 9 agosto 1960, pone la sua candidatura all’ingresso nella CEE;
  • tra il 1961 e il 1968 si passa al battesimo dell’Europa verde e si aprono le prime crisi e gli attriti franco-inglesi con l’inizio della “politica della sedia vuota” da parte di De Gaule;
  • il triennio 1968-1971 è un momento di grandi speranze. Cadono completamente le barriere doganali, la circolazione dei lavoratori diventa del tutto libera all’interno della Comunità.

Forti di questi risultati i Sei decidono, l’1 e il 2 dicembre 1969, di mettere in campo una più intensa unione economica e di abbozzare una cooperazione politica. Si aprono nel 1970 le convenzioni con la Gran Bretagna e con gli altri paesi europei che hanno presentato la loro candidatura: Irlanda, Danimarca, Norvegia. Tra i primi risultati, i più immediati, la convenzione di Yaoundé che viene rinnovata per cinque anni, legando molti paesi africani alla CEE.

Il periodo che va dal 1971 al 1973 vede la Comunità allargarsi con l’ingresso, il 22 gennaio 1972, della Gran Bretagna e successivamente della Danimarca e dell’Irlanda. La Norvegia, con un referendum giocato di stretta misura, rifiuta di entrare nella Comunità, che entra in funzione il 1° gennaio 1973, in febbraio scoppia la crisi monetaria internazionale.

 

Dal 1973 in avanti la Comunità piomba nelle raffiche delle grande crisi mondiale da cui non è ancora uscita.

Venti anni di storia in cui si alternano momenti di euforia e di speranze a momenti di delusione e di crisi. Venti anni però estremamente importanti perché la storia della Comunità, è la storia stessa dell’Europa del dopoguerra, della sua ricostruzione e della sua crescita economica; come pure delle sue contraddizioni politiche e delle difficoltà attraversate da un continente, che dopo essere stato per secoli protagonista della storia, viene preso nella dinamica dei due grandi blocchi, quello americano e quello sovietico, mentre il centro di gravità della storia passa dal Mediterraneo al Pacifico. L’attrazione della Comunità, malgrado le sue debolezze interne, non cessa di crescere; la Gran Bretagna, l’Irlanda, la Danimarca, ieri, la Grecia, il Portogallo oggi, la Spagna domani, lo dimostrano. In Medio Oriente e in America Latina la Comunità è oggetto di attenti studi. Di contro molte sono le ombre che ristagnano sul quadro europeo. Le politiche comuni congiunturali, industriali, regionali, sociali sono appena abbozzate. La politica dell’energia e della moneta non lo sono affatto, il che è veramente limitativo nella misura in cui si tratta di problemi che sono alle radici della crisi attuale. Il trattato di Roma è ben lontano dall’essere applicato completamente, mentre sarebbe stato necessario averlo già superato in numerosi campi per adattarlo alle nuove situazioni emerse.

La debolezza delle istituzioni europee è notoria. Il loro senso è stato snaturato a poco a poco: impotenza delle Commissioni, insufficienza del controllo democratico, paralisi del Consiglio dei Ministri dovuta alla sua intermittenza e alla regola della umanità. In sostanza, la Comunità non è governata con il dinamismo che richiederebbe l’ampiezza delle sue competenze e delle sue responsabilità, si presenta sempre più come pesante burocrazia. Infine, e soprattutto, non ha sbocchi politici. Creare una Comunità politica era la sua maggiore ambizione; questo gigante economico si è rilevato un nano politico. Il che non potrà durare a lungo senza compromettere la riuscita dell’impresa, perché a pensarci bene è la politica che unisce, mentre l’economia divide e trasforma i problemi di interesse in scontri nazionali. E’ appunto da questo monito che la maggior parte degli europei ha accolto con particolare soddisfazione il compimento di quel lungo itinerario compiuto dal “progetto di convenzione sull’elezione dell’Assemblea Parlamentare Europea a suffragio diretto” iniziato il 22 ottobre 1958 con la Commissione per gli Affari Politici ed i Problemi Istituzionali presieduta dal Prof. Dehousse che approdò dopo vari intricati ostacoli all’approvazione da parte del Parlamento Europeo, il 14 gennaio 1975, del progetto di convenzione Patijn, che fissava le elezioni dirette alla prima domenica di maggio 1978.

 

Perché l’elezione diretta dei membri del Parlamento Europeo costituisce un atto molto importante sul piano della democraticità e della maggiore socializzazione tra gli europei?

Il passaggio dal sistema di designazione indiretta dei membri del Parlamento al sistema dell’elezione diretta ed a suffragio universale riveste una grande importanza politica, sia per il maggior rilievo che l’Assemblea viene ad assumere, sia per l’avanzamento della costruzione Europea. Mentre sul piano economico (CEE, EURATOM, CECA) la Comunità aveva estese competenze nei settori economici e sociali -e la fusione delle varie economie nazionali pareva accessibile-, la unità politica dei vari stati sembrava irraggiungibile. Lo stesso Dehousse, faceva notare, che ciò che mancava alle Comunità Europee era l’appoggio dell’opinione pubblica, la coscienza della propria solidarietà da parte dei popoli europei, il sentimento generalmente condiviso che l’ambito nazionale era troppo angusto e che se l’Europa doveva avere un avvenire questo poteva attuarsi solo in seno alla Comunità.

L’elezione diretta dell’Assemblea deve pertanto provocare una scossa salutare nei popoli dei vari Paesi europei. Dalla partecipazione cosciente di questi ultimi, scaturirà la sola volontà che può sostenere la costruzione comunitaria al di là delle contingenze, delle divergenze e dei particolarismi del momento. E’ dunque ora che i popoli vengano associati a questa impresa, che prendano coscienza della posta in gioco e dei rischi inerenti; che esprimano una volontà. Non è concepibile che provvedimenti di importanza vitale per loro continuino ad essere presi senza la loro partecipazione diretta.

Gli uomini del XX secolo non sono degli oggetti ma soggetti di diritto.

Ora il processo di integrazione europea può avere successo soltanto se, da processo elitario, si trasformi in consapevole movimento di massa. Molti fallimenti della politica unitaria europea trovano probabilmente qui la loro spiegazione. I raggruppamenti politici dei vari Stati europei, naturali depositari delle distanze dei popoli, debbono elaborare programmi elettorali europei comuni, cosa certo non facile tenuto conto dell’insita indole di dare maggiore risalto alle preoccupazioni nazionali, piuttosto che a un rafforzamento dei contatti fra stessi partiti di diverse nazioni. Al contrario dovrebbero essere proprio i temi comuni la base della campagna elettorale; sia perché si tratta di eleggere il Parlamento Europeo sia per impegnare gli uomini politici che saranno eletti ad affrontare e cercare di risolvere tutti quei problemi e quelle contraddizioni proprie della Comunità Europea al fine di una ripresa del processo di integrazione.

In proposito preme sottolineare un particolare aspetto che deve incitare ad una efficace e fattiva azione comunitaria tutti i Paesi democratici occidentali europei. E’ un aspetto che al di là dei più illustri pronunciamenti e al di là degli interessi caratterizzanti le varie guerre -del vino, del vitello, del latte, dell’acciaio- deve spingere i singoli Stati ad una cooperazione concreta sul piano politico-  sociale da un lato e giuridico-repressivo dall’altro.

Mi riferisco ai recenti fatti criminosi Schleyer in Germania e Moro in Italia; fatti questi che hanno messo a nudo la vulnerabilità delle moderne società industriali europee, tali da farle diventare potenziali polveriere degli anni ’80. I capi di governo al vertice europeo di Copenaghen convennero di lottare uniti e non sparsi per difendere le nostre società dalla violenza terroristica ma nello stesso momento, mentre si recepiva in quei giorni un nemico comune, scarsa era la percezione delle azioni preventive prese in comune. La collaborazione tra i nove Paesi in merito è stata e resta marginale, improvvisata, del tutto insufficiente, distratta; il “grande spazio giudiziario europeo” inizialmente proposto da Giscard d’Estaing e riconfermato al vertice in Danimarca, rimane un gran buco di parole. Si corre il rischio che la personale sensazione di diminuita attenzione verso il problema dopo i tragici fatti -rimarcati da uno spontaneismo popolare veramente storico e confermatomi anche dalla univocità di taglio essenzialmente economico delle ultime assise politico e sindacali europee (Direttivo CES di Bruxelles del 20 maggio, Consiglio degli Esteri del 26 giugno a Lussemburgo, Consiglio Europeo di Brema del 5 e 6 luglio)- porti gli europei ad agire solo di rimessa spontaneistica anziché con ferma e quotidiana opera di prevenzione. A questo punto ritengo doveroso sottolineare che l’impegno assunto a Copenaghen dai Ministri della Giustizia e dell’Interno di presentare proposte per la creazione di “uno spazio giudiziario europee”, non deve essere una tendenza a voler affrontare il problema in maniera puramente organizzativa, anche se va riconosciuto che quello dell’efficienza è indubbiamente un punto preminente per l’efficacia dell’azione di contrasto verso il preoccupante fenomeno.

Certamente non si possono affrontare questi problemi con colpi di accetta alle libertà individuali; occorrono anche atti di carattere repressivo solamente se accanto esiste un complesso di provvedimenti di carattere sociale ed economico che consentano di modificare gradualmente e alla radice le cause partoritrici del fenomeno eversivo il quale assume un chiaro significato antagonistico nei riguardi del movimento dei lavoratori e destabilizzante per le Istituzioni democratiche. Occorre prendere consapevolezza che il terrorismo non esprime posizioni politiche, non punta e non contribuisce alla soluzione di alcun problema sociale; puramente e semplicemente punta all’instaurazione di un regime reazionario e repressivo nel contesto europeo.

 

Quell’indimenticabile 16 marzo e il drammatico successivo 9 maggio sono un segnale europeo a cui deve rispondere una volontà comunitaria di maggior consapevolezza nella soluzione di annosi nodi sociali a cui và data doverosa priorità, riducendo così gli spazi di manovra dei nemici della democrazia.

E’ sorprendente notare come questo preoccupante problema è aggregante per ogni popolo che tiene con fermezza alla salvezza della democrazia, sia sul piano tecnico efficientistico sia principalmente -superando gli egoismi nazionali- sul piano politico-sociale-economico della disoccupazione, della emigrazione, della parificazione sociale, dei diritti dell’individuo.

In questo quadro credo si collochino le prossime Elezioni Europee.

L’avvenimento può assumere una portata storica se i cittadini, i partiti, i gruppi politici europei, sapranno elevarsi al di sopra degli interessi nazionali e particolari; percependo la priorità dell’interesse europeo avremo una Europa moderna e solidale con tutta l’umanità.

Nessun valore deve essere sacrificato, nessun apporto culturale dei diversi popoli annullato. L’Europa federale non è un’Europa livellata e piatta e neppur un indefinito calderone di vaghe idee.

Al contrario, sarà proprio aprendosi alla Unificazione Europea che i popoli del nostro continente acquisiranno una più profonda consapevolezza della loro originalità e del loro insostituibile apporto al bene e al progresso civile dell’umanità tutta.

 

AG/15 luglio 1978

What Next?

Recent Articles