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Balsignano : un prezioso gioiello tra gli olivi di Puglia

di Mariagraziella Belloli

Abbiamo lasciato alle nostre spalle il Castello e l’antica Collegiata di sant’Angelo e, oltre le antiche lame popolate dagli olivi dalle foglie argentate, ecco apparire il casale di Balsignano. La chiesa di san Felice appare come un merletto candido sulla sommità della lama: il profumo di bianchi fiori di gelsomino piantati dai monaci armeni che l’hanno edificata tanti secoli orsono ci riempie le narici mentre la fantasia ci fa identificare il giardino del casale con il biblico giardino dell’Eden…

 

( M. Belloli, Amor di terra lontana. Storia di un amore nella Bitritto del Cinquecento.)

Visita a Balsignano

Non capita spesso al viaggiatore curioso di trovarsi davanti ad uno spettacolo come quello che appare tra le infinite distese di verdi olivi che incoronano la via che unisce Bitritto a Modugno. Giunti alla sommità di un’antichissima lama abitata sin dal Neolitico ecco apparire il candido merletto di una cupola, la chiesa di san Felice, tanto bella da mozzare il fiato e indi possenti mura alte sul dirupo dove scorreva l’antichissimo fiume  della lama ed un recinto murario più basso, ma non meno possente, seguendo il quale un cartello posto su di un cancello svela finalmente il nome e la destinazione del luogo: “Balsignano, insediamento fortificato di età medievale”.

Ed allora la ragione si perde nei ricordi e lascia che il fascino del tempo la riporti ai giorni lontanissimi in cui il casale, sorto sopra le grotte della lama, era abitato dai monaci benedettini e, travolta dal profumo dei candidi gelsomini d’Oriente che ancor oggi ne proteggono la cinta , immagina le loro bianche vesti svolazzare all’impetuoso Maestrale o al caldo Scimun…

Il complesso di Balsignano, oggi fa parte del Comune di Modugno e, come dice il cartello

all’ ingresso, rappresenta una rara e preziosissima testimonianza di come dovevano apparire gli insediamenti fortificati che in età medievale erano disseminati nel paesaggio rurale della Terra di Bari.

Due recinzioni murarie vi si sviluppano sinuose : una esterna che lo perimetra interamente e una interna che ne racchiude il nucleo centrale: la chiesa di S. Maria , il Castello e discosta, in sobrio isolamento, la chiesa di S. Felice.

Il nome di Balsignano, dal latino medievale Balsinianum, deriva, attraverso Balisinianum, dal più antico Basilinianum che alcuni studiosi ritengono derivare direttamente dai Basiliani, monaci cattolici orientali di rito greco che seguivano gli insegnamenti di S. Basilio e raggiunsero la Puglia nel IV secolo per sfuggire alla persecuzione dell’imperatore Leone III Isaurico contro chi praticava il culto delle immagini sacre.

Le più antiche testimonianze relative all’insediamento di Balsignano risalgono al X secolo e precisamente al 962 ed al 988.

In un documento conservato nelle Pergamene della Basilica di S. Nicola a Bari si parla di un “locum” dotato di alcune strutture residenziali o anche fortificate come quel “castellutzo de ipsi dalmatini” che ha sempre fatto presupporre una possibile presenza a Balsignano di popolazioni di oltre Adriatico, mentre, negli Annali di Lupo Protospatario, in un passaggio datato al 988, Balsignano è citato come uno di quei “vicos barenses” colpiti dagli attacchi e relative distruzioni compiute dai musulmani siciliani.

In effetti l’intero casale nel 988 fu distrutto dai Saraceni di Sicilia durante le loro azioni in Terra di Bari ma venne caparbiamente ricostruito e nel 1092 donato all’abbazia benedettina di Aversa nell’attuale provincia di Caserta.

Dal XIII secolo fu posseduto da diversi feudatari tra i quali i Chinardo, al centro della disputa con gli Angioini per il possesso del Castello di Bitritto e alla fine dello stesso secolo la sua popolazione era stimata intorno al cospicuo numero di 300 unità.

I monaci benedettini, sin dal 1282, avevano ceduto il cenobio – casale in concessione su versamento di una quota di affitto, prima a Ruggero della Marra, poi a Francesco de Carofilio, sotto il quale, nel settembre del 1349, l’insediamento visse uno dei momenti più critici della sua storia, trovandosi, per la sua collocazione geografica,  al centro del conflitto dinastico fra il ramo “filoungherese” e quello napoletano “filoangioino”, nella lotta di successione dinastica del Regno di Napoli che si era ingenerata dopo la morte di Roberto d’Angiò.

Il complesso infatti sorge oltre che  in un sito di notevole bellezza in posizione dominante sul ciglio della lama Balsignano a ridosso di un quadrivio formato da due importanti direttrici viarie di antica origine: quella che da Bitonto, staccandosi dall’antico tracciato della via Traiana e passando da Modugno, prosegue in direzione di Bitritto e Ceglie verso Taranto e quella che da Bari sale verso l’interno murgiano.

E’ probabile che il borgo sia  stato distrutto ancora una volta nei primi decenni del XVI secolo durante le guerre fra Francesi e Spagnoli e la leggenda narra che un nucleo dei suoi abitanti si sia rifugiato a Bitritto e abbia edificato il quartiere denominato “Il borgo”.

Da quel lontano anno il complesso versava in totale abbandono, quando nel 1989 furono avviati, da parte della Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, interventi di consolidamento strutturale e restauro che, reiterati nel corso degli anni anche con il concorso del Comune divenutone proprietario, hanno consentito di sottrarlo al degrado.

Gli interventi effettuati dal 1989 al 2005 hanno interessato le aree contigue alle due chiese e al castello mentre le indagini di scavo del 2011 si sono concentrate sulla cinta muraria esterna dell’insediamento che si sviluppa per un perimetro complessivo di circa 550 m. e ne hanno rimesso in luce interamente il percorso in cui si scorgono, a livello di fondazione, sia il possente muro perimetrale, sia altre due torri che si aggiungono alle cinque già visibili.

 

All’interno della prima cinta muraria, ben visibile da chi raggiunge Balsignano dalla via di Bitritto si erge la candida chiesa di S. Felice, risalente al secolo XI, da sempre considerata dagli studiosi uno degli esempi più antichi e più affascinanti di struttura a cupola presenti nella nostra regione, sintesi straordinaria di elementi occidentali, bizantini e orientali legata alle complesse vicende storiche del Meridione.

La costruzione, in cui si riconosce la perizia costruttiva dei Maestri armeni, presenta un’unica navata a croce contratta che sfocia in un’abside semicircolare ed ha lunghezza di m 9,75, è larga m 4,38 ed un’altezza massima di m 8,50; si tratta pertanto di un piccolo gioiello coperto da una volta a botte, al cui centro si eleva una cupola a tamburo ottagonale segnata da una cornice a gola.

La facciata a Sud, che doveva essere quella principale , è decorata con archetti pensili e su lesene, mentre il portale risulta essere un inserimento in una facciata preesistente.

L’intera chiesa è ornata con decorazione a denti di sega che sottolineano ogni sua parte: facciata, portale, abside, tamburo.

Addossato alla facciata, a settentrione, vi è un secondo corpo rustico posteriore al primo costituito da un’unica piccola navata sovrastata anch’essa da un’abside.

Una particolarità sollecita tuttavia l’attenzione del visitatore: alla sommità dell’abside della chiesa è posta una scultura a forma di stella a sei punte con una mano al centro, di cui si ignora totalmente il significato e risulta unica nel suo genere.

Una sorta di “cartello stradale” che invita i fedeli ad  orientare i propri passi verso la via sulla quale la chiesa è situata, che porta a Taranto e ivi a Gerusalemme, la città Santa dove ogni uomo anela durante la propria vita andare? La firma del maestro che ha portato a termine l’opera di costruzione con le sue proprie mani? L’indicazione a cercare in alto,  tra le stelle del cielo il proprio destino?

Con gli occhi ricolmi di bellezza e lo spirito sollecitato da questo mistero ci si accinge ad entrare nella seconda cinta muraria attraverso un portale ornato da bellissime fogli lanceolate incise nella pietra che rendono il passaggio simile a quello attraverso un arco di trionfo romano e ecco, davanti agli occhi pararsi un’altra meraviglia: la chiesa di S. Maria di Costantinopoli.

Sulla facciata è ben visibile la forma della preesistente copertura a capanna, poi modificata che ne retrocede la datazione rispetto alla  chiesa attuale che risale al XIV secolo ed ingloba una struttura più antica dandole una strana forma generata da due costruzioni rettangolari affiancate, coperte con volta a botte ogivale.

Sicuramente la struttura odierna costituisce un ampliamento di più antiche fabbriche realizzate dai Benedettini tra XI e XII secolo ed è composta da due ambienti “ saldati “ fra loro. Il primo ambiente venne edificato a partire dagli ultimi anni del 1200 e concepito come una chiesa a navata unica che inglobò i resti delle più antiche mura di cinta e di una torretta, ancora percepibile in corrispondenza del presbiterio.

In seguito, intorno al XV secolo, questo ambiente venne ulteriormente modificato con l’aggiunta dei pilastri che reggono l’attuale volta che sostituì la precedente copertura in legno.

Anche questa strana chiesa ci affascina con quello che resta dei suoi meravigliosi affreschi ascrivibili alla esemplificazione della liturgia orientale quale è presente in tutte le chiese di rito greco del bacino del Mediterraneo “combinati” a santi di chiara origine continentale quali la bellissima ed oltremodo raffinata santa Lucia, un Vescovo identificato recentemente in san Gregorio da Tours, una ricercata immagine dell’arcangelo Michele sauroctono, ovvero nell’atto di sottomettere Satana rappresentato sotto forma di un drago.

A destra, ai piedi dell’abside, si scopre un’immagine che potrebbe simbolizzare quello che l’insediamento ha rappresentato per le varie comunità che ivi si sono succedute: è quella di un profeta biblico, riconoscibile dal copricapo appuntito, esso doveva non essere l’unico rappresentato benché sia l’ultimo rimasto sino ai nostri giorni : colpisce anche qui la rappresentazione della sua mano sinistra stranamente in sintonia con quella appena citata nel coronamento dell ‘abside della preesistente chiesa di san Felice.

 

Nel Medioevo la“ mano parlante” esprimeva un codice parallelo a quello della scrittura che poteva essere percepito più facilmente da tutti in un’epoca di analfabetismo pressoché totale: in questo caso la mano sinistra elevata potrebbe evidenziare lo status di profeta ebraico, la mano è la sinistra , quindi quella non legata al bene , vissuto quindi prima di Cristo che è invece rappresentato sempre con la mano destra in atteggiamento “parlante”: questo profeta sa di dover parlare “per Dio” e che quindi chiede al Padre che è nei cieli di illuminarlo nell’interpretazione delle Scritture. Un’altra, estremamente suggestiva, interpretazione del gesto del protagonista dell’affresco potrebbe collegarsi al fatto che il pollice è il primo dito della mano e in mignolo l’ultimo, quindi sarebbero simili all’alfa e all’omega, la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, il primo insediamento di Balsignano era di ritualità greca, che stanno a significare che Dio è l’inizio e la fine di ogni cosa. In questo caso specifico la Bibbia che il profeta tiene nella mano destra potrebbe volerci dire che in essa vi è l’inizio e la fine della parola di Dio e quindi racchiude l’intera Rivelazione.

 

Un discorso a parte merita la complessa indagine archeologica condotta nel 1991 e nel 2005 nell’area antistante la Chiesa di Santa Maria che ha consentito di riportare alla luce una serie di strutture murarie che delimitano tre ambienti risalenti  tra X-XI e XIII secolo  riferibili all’insediamento monastico benedettino.

Tra questi un grande vano rettangolare, compreso tra il muro ad arcate cieche a Sud e il muro a Nord, probabilmente l’originario edificio di culto, in parte inglobato nella Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli , dove si sono messe in luce tombe del tipo a fossa oppure a cassa con le pareti costituite da muretti in pietra, con deposizioni singole e plurime.

I secoli non arrestano il loro impetuoso fluire e nel 1600 la proprietà di Balsignano passa alla nobile famiglia modugnese dei Faenza ed il sito divenne una originale dimora signorile tanto che, all’inizio del `700, Leonardo Antonio Faenza vi dimorava stabilmente: dopo di lui lo fecero tutti i suoi successori e i registri annotano che nel 1760 Vito Nicola Faenza mori nel letto del suo “casino” di campagna di Balsignano.

Come già evidenziato, il complesso è stato poi a lungo luogo di totale abbandono sino al 1989 , data di inizio dei restauri.

Passeggiando in prossimità delle mura non è raro oggi sentire voci di bambini che giocano nella spianata all’interno, attrezzata per i turisti , e le loro voci, simili a squittii delle rondini che ritornano ogni primavera dopo un lungo inverno di assenza, fanno meditare come, gioiosamente, la vita rifiorisca sempre negli stessi preziosi luoghi che l’hanno vista originarsi sin dal buio della notte dei tempi.

 

 

 

 

 

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